Giovanni Valenti ci racconta i viaggi avventurosi di una volta

26 maggio 2021
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Lontani da casa per giorni e giorni, migliaia di chilometri sulle strade impossibili del Medioriente, fredde notti nel deserto e tanta voglia d’avventura

Nei primi anni ’80, Giovanni Valenti, a poco più di 20 anni, bergamasco doc, appena congedato dal servizio militare, con la patente E in tasca, iniziò a lavorare come camionista presso una ditta di trasporti Milanese.

“Cercavano giovani autisti con un minimo di esperienza disposti ad affrontare lunghi viaggi in Medioriente. La proposta mi allettava. – racconta Giovanni – Oltre che per il guadagno, anche perché avevo una gran voglia di avventura e di vedere il mondo!”  In quegli anni in Iran ed Iraq lavoravano molte imprese italiane. Prima fra tutte la Saipem, società del Gruppo ENI, specializzata nella ricerca di giacimenti e costruzione di pozzi petroliferi, oleodotti e gasdotti. “Trasportavamo di tutto con i nostri bilici. Io guidavo un Fiat 170/35. Atri ancora i vecchi 684 e 690 con i due assi sterzanti anteriori. Poi sono arrivati anche i primi Volvo F12. Per il viaggio ci affidavano un pacco di marchi e dollari USA, valute accettate dappertutto. Quando si andava via mare ci imbarcavamo a Capo D’Istria e sbarcavamo a Tartus in Siria. Poi si attraversava il Libano e giù fino in Iraq a Baghdad. Avevamo scorte di carburante per giorni. 20 quintali di gasolio caricati in serbatoi supplementari sotto i semirimorchi più altri 7/8 quintali sui serbatoi del trattore.”  

Giovanni Valenti (in basso al centro con maglietta bianca) in una foto di gruppo scattata durante una sosta di quegli epici viaggi nei primi anni ’80

Si comunicava anche senza il telefonino

“Si partiva di volta in volta da Milano, Bergamo o Brescia. Sul camion si stava da soli in compagnia delle musicassette e Lucio Battisti. Poi lungo la strada si incontrava sempre qualche collega. Alla fine viaggiavamo in piccoli convogli di tre o quattro camion. Sempre pronti a darci una mano l’un l’altro. Spesso e volentieri si passava via terra. Allora si attraversava tutta la Jugoslavia, la Bulgaria e la Turchia. Arrivati ad Ankara, o si prendeva la strada per Teheran, o quella per Baghdad.” Nei primi anni ’80 ancora non c’erano i telefonini. Per comunicare tra camion si usava solo il baracchino e, quando si doveva comunicare con la ditta si usava il telex da qualche Hotel o campeggio che si trovava per strada. “A Istanbul ci ritrovavamo tutti al Londra Camping. Un grande campeggio dove potevamo parcheggiare i camion e dove potevamo ricevere o spedire, tramite telex, notizie alla compagnia di trasporti.”

Notti in cabina e motore sempre acceso

“Dormivamo sempre sul camion. Fortunatamente i nostri mezzi erano già attrezzati con il condizionatore che veniva montato sulla botola del tetto. In genere dormivamo con il motore acceso per mantenere la cabina fresca. Tuttavia nel deserto di notte la temperatura scende di parecchi gradi e, così, si spegneva il motore per quattro o cinque ore. Si viaggiava solo d’estate perché poi certe strade d’inverno diventavano impraticabili, come il passo del Tahir in Turchia. Sul vecchio passo, che si inerpicava fino a 3.000 metri di altezza, ci hanno lasciato la vita tanti camionisti. Già sul finire dell’estate si rischiava di incontrare la neve e il gelo. Poi hanno aperto una via militare un migliaio di metri più in basso. Stretta, ci passavano a malapena due camion, ma molto più agevole della prima. Mi è capitato un paio di volte di dover montare le catene.”

Da Ankara in poi, per andare a Baghdad iniziava il calvario della strada bianca. “Le forature erano all’ordine del giorno. Giorni e giorni di pista in mezzo al deserto senza incontrare anima viva. Quando capitava di forare, due di noi cambiavano la ruota e gli altri facevano la guardia. Dopo cinque o dieci minuti che stavi fermo, come d’incanto apparivano gruppi di beduini con i cammelli dall’aspetto poco raccomandabile. In genere avevamo tre o quattro gomme di scorta. Appena riparato il camion partivamo di corsa.

Mangiavamo sempre insieme

“Sul semirimorchio avevamo delle casse frigo con le scorte di cibo e il camping-gas. La sera cucinavamo e mangiavamo tutti insieme. Una volta, vicino all’aeroporto di Teheran, eravamo parcheggiati per la notte vicino alla dogana. Dopo cena ci venne voglia di anguria e melone, così io ed un mio amico sganciammo il trattore e partimmo in direzione della città. Una strada che conoscevamo benissimo. Pistavamo e all’uscita di una rotonda ci trovammo davanti all’improvviso una fila di automobili incolonnate. Una cosa insolita. Non c’era mai traffico lì. In frenata ne prendemmo 4 o 5 di fila. Fortuna i danni si limitarono alle carrozzerie, ma con la polizia ce la vedemmo veramente brutta. Non fosse stato per la mediazione di un giovane studente che parlava francese e, bene o male, ci capiva, ci avrebbero schiaffato in gatta buia. Morale della favola, la polizia ci tolse tutti i soldi che avevamo nei portafogli e li distribuì tra gli automobilisti danneggiati a seconda del danno ricevuto. Li l’assicurazione non aveva nessun valore. I danni venivano pagati così.”  

Tarzan

“Tra di noi c’era un veterano. Lo chiamavamo Tarzan. Era sempre pronto ad aiutarci e a darci consigli. Un grande. Una volta però, sulla via del ritorno, in rientro da Teheran  ci prese un acquazzone terribile. Ad un certo punto una collina sopra la strada franò e travolse il 683 di Tarzan. Lui fece appena in tempo ad uscire dal finestrino e ad aggrapparsi ai mancorrente del tettino per non essere trascinato via dall’ondata di fango. Rimase letteralmente in mutande. Dopo tre giorni tornammo li e con le ruspe liberammo il camion dalla morsa del fango. Poi caricammo trattore e semirimorchio su due dei nostri e tornammo a casa.”

Il camion i Tarzan dopo l’incidente

Oggi Giovanni ha 62 anni e lavora per l’azienda di autotrasporti del figlio, Simone: “Dopo tutti questi anni penso sempre con nostalgia a quei viaggi in Medioriente. Allora si poteva fare. Oggi sarebbe molto più rischioso con tutte le guerre in atto. Ogni tanto però ci rivediamo con tutti i vecchi amici con i quali abbiamo condiviso quei viaggi avventurosi e passiamo insieme delle bellissime serate di ricordi”  

Giovanni Valenti oggi

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