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Marco Curci story

15 maggio 2020
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“Romano de Roma” Marco Curci, prima, durante e dopo il lockdown si è sempre trovato in “prima linea” tra nord Italia e Spagna

Marco lavora per un’azienda di trasporti che distribuisce carni in giro per mezza Europa: “Generalmente facciamo Italia, Austria, Francia, Spagna e, qualche volta, il Portogallo. Durante la crisi iniziale dovuta alla pandemia, le famose ‘Zone Rosse’ me le sono fatte tutte: dal nord Italia alla Spagna. A volte capita di caricare carne di pecora nel Viterbese destinata ai mercati spagnoli, altre capita anche di caricare a Mantova e consegnare in Lombardia e Veneto.”

Marco, detto Er Molla, ha 50 anni e una lunga esperienza da camionista: “Nella vita mia, da quando ho preso le patenti, ho fatto di tutto, compresi i trasporti eccezionali. Ma il lavoro che mi ha dato e mi da  più soddisfazione è il trasporto frigo. Purtroppo non hai orari: si viaggia sempre di notte, stai fuori tutta la settimana. Una situazione che non ti permette di avere buoni rapporti familiari, tant’è che ho divorziato da mia moglie. Abbiamo due figlie grandi, ma io me ne sono andato quando ancora erano piccolissime. Ora capisco che mi sono perso molto, ma è troppo tardi. L’altro giorno la più grande, con la quale non ci sentivamo da anni, si è ricordata del mio onomastico e mi ha telefonato. Mi sono commosso.”

La passione per il camion Marco non l’ha ereditata da nessuno. Il papà era meccanico di auto: “Per un lungo periodo, quando ero piccolo, abbiamo vissuto a Milano, dove papà lavorava. Però a Natale, Pasqua e tutte le altre feste comandate, scendevamo a Roma con la macchina. Io sull’autostrada vedevo quei grossi camion e ne rimanevo affascinato. Da allora ho iniziato a coltivare la passione per questi bestioni. Mi compravo puntualmente tutte le riviste che parlavano di camion. Una vera e propria fissazione! E poi mi piaceva il fatto di poter girare il mondo in libertà, viaggiare, guidare per ore sul nastro d’asfalto solo in compagnia del rombo del motore e dell’odore del gasolio… ”

Un lavoro che richiede perizia e competenza: “Il trasporto carni appese non è cosa semplice – spiega Marco – devi pensare che tutte quelle bestie appese a ganci fissati al tetto del semirimorchio oscillano ad ogni movimento del veicolo. Se non stai attento, in curva ti fanno ribaltare. E così quando freni. Poi bisogna controllare sempre che la temperatura all’interno del semirimorchio sia quella giusta. Ogni piccola variazione può determinare il deterioramento del carico e la responsabilità ricade su di noi.”

La situazione più antipatica durante il lockdown era in Italia: “Purtroppo qui, quando andavi a scaricare nelle grandi piattaforme logistiche del nord ti trattavano come un appestato. Sembrava quasi che il virus lo avessimo importato noi. Non ti permettevano di scendere dalla cabina, non ti facevano andare al bagno o prendere un caffè. Calcola che nei primi tempi di crisi anche gli autogrill erano chiusi. Viaggiando la notte è difficile fare tutta una tirata senza poter prendere un caffè e andare al bagno. Ti dovevi arrangiare come meglio potevi. Poi hanno iniziato a riaprire gli autogrill ma con dei prezzi assurdi. Alla fine io mi sono organizzato riempendo il frigo in cabina di scorte alimentari per una settimana. Mi cucinavo con il camping-gas, risparmiavo ed ero sicuro di quel che mangiavo.”

 

In Spagna la musica cambiava: “Ora come allora il 90% del mio lavoro si svolge in Spagna dove scarico presso le piattaforme logistiche locali. Lì nulla è cambiato ne prima ne durante la crisi pandemica. Posizioni il camion in ribalta e pensano loro a scaricarlo. Io non devo fare niente, ma almeno la gente è più gentile. In generale in tutta la Spagna sono più accoglienti nei nostri confronti. Ricordo di paesini dove arrivavo con il mio bilico da 18 metri e, attraversando quelle viuzze strette la gente mi applaudiva dalla finestra. Mi accoglievano come un salvatore, sapendo che trasportavo generi alimentari. Anche per mangiare era molto più semplice ed economico. Lì te la cavavi con 8, 10 euro al massimo. Si erano organizzati molto prima che da noi per servire il cibo in cabina. Quando arrivavi, scendevi dal camion, ordinavi quello che volevi e loro te lo portavano in cabina.”

Il viaggio in nave: “Quando non passo prima dal nord Italia, parto da Civitavecchia con la nave. 21 ore di viaggio per arrivare a Barcellona. Durante la crisi pandemica ci misuravano la febbre prima di salire a bordo. Poi sulla nave ci ritrovavamo in 60/70 autisti al massimo. Per mangiare andavamo a ritirare il cibo al self service per poi consumarlo nelle cabine singole che ci mettevano a disposizione. A bordo si girava sempre con mascherine e guanti rispettando le distanze di sicurezza.”

Ma perché “Er Molla”?

“Da ragazzo ero ‘no sciupafemmine – sorride Marco – ho avuto e mollato tante ragazze… da lì il soprannome!”

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