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Monika Kesselring CB “MONICHINA”

15 aprile 2022
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Da Davos, in Svizzera, ai confini polacchi con l’Ucraina per portare viveri e generi di prima necessità. Un viaggio di 3701 chilometri tra andata e ritorno.

Con Monika ci conosciamo da diversi anni. La prima volta che ci incontrammo fu al raduno Coast to Coast di Giussano nel 2015. A colpirmi fu il suo splendido camion, uno Scania motrice R490 a 4 assi, color petrolio, allestito con cassone frigo, decorato con splendide aerografie dedicate ad Albert Einstein.

Ero lì che facevo le foto a tutti i particolari, comprese le formule della relatività riportate sui brillantissimi cerchi Alcoa, che appare lei su un monopattino elettrico (assoluta novità per l’epoca), più raggiante che mai. Una di quelle persone che ti colpiscono per la simpatia e quel pizzico di follia che traspare dallo sguardo.

Sono passati 7 anni da allora e lo Scania – Einstein segue ancora fedelmente Monika nei suoi spostamenti. Sempre in perfetto ordine, pulito e lucido, quel camion è una vera e propria seconda casa viaggiante per Monika, titolare di una ditta di distribuzione di frutta e verdura a Davos in Svizzera, la Fruits Waser Davos GmbH, che rifornisce principalmente alberghi e ristoranti.

Monika si occupa personalmente della distribuzione dei prodotti che commercializza andando in giro per tutta la Svizzera. A seconda della stagione, alcuni prodotti freschi li acquista in Italia.

Oggi però non vi voglio parlare del camion di Monika né tantomeno del suo lavoro, bensì di un gesto di grande coraggio e umanità del quale la nostra amica si è resa protagonista in questi giorni.

Dallo scoppio della guerra in Ucraina, molte persone, in tutta Europa, aiutano come possono la popolazione ucraina inviando generi di primo conforto con ogni tipo di mezzo.

In Svizzera un’organizzazione umanitaria in Ticino coordina l’invio di cibo, medicinali e vestiario. Purtroppo, non sempre sono disponibili i mezzi necessari. Così hanno contattato Monika che, senza dire né ai, né bai, si è presentata subito all’appello: “Sono fatta così, se una cosa mi sta a cuore, mi faccio comandare unicamente dall’istinto! Ho pensato che l’unica cosa buona da fare era ‘agire’ e, dopo aver programmato il lavoro per una settimana senza la mia presenza, sono partita!”

Detto, fatto, un giovedì di due settimane fa Monika ha messo in moto il suo amato “Einstein” e si è diretta in Ticino, presso la sede dell’organizzazione umanitaria che raccoglie la merce da inviare ai profughi ucraini.

“Una volta caricata la merce mi sono fatta rilasciare i documenti per l’esportazione alla dogana di Chiasso e sono partita alla volta di Leopoli in piena zona di guerra. Avrei dovuto scaricare cibo, medicinali e attrezzature mediche ad un ospedale pediatrico della città ucraina, distante 80 chilometri dal confine con la Polonia. Non mi spaventava il fatto di viaggiare da sola per tutti quei chilometri, lo faccio sempre e, qualche volta, per andare ai raduni internazionali di camion, ne macino anche di più – racconta Monika – La cosa che più mi premeva era portare aiuto a tutte quelle persone rimaste senza casa, senza più niente, così, dalla mattina alla sera! Non mi spaventava neanche l’idea di entrare in una zona di guerra.”

“Partendo da Chiasso ho preso la E35 in direzione Costanza, da lì mi sono immessa sull’autostrada tedesca A81 verso Stoccarda dove ho preso la diramazione A6 in direzione Norimberga – racconta Monika – Una volta varcato il confine tedesco sono entrata in repubblica Ceca. Percorrendo quelle strade ho incontrato diversi convogli militari con cartelli che dichiaravano di trasportare aiuti umanitari.”

 

“Nella corsia opposta ho incrociato tantissimi autobus con targhe di tutta Europa, carichi di profughi, la maggior parte bambini, donne e anziani. Mi veniva da piangere pensando a tutte quelle persone sradicate dalle loro case, dai loro cari costretti a combattere per difendere il loro paese. Ad ovest troveranno la salvezza ma con la consapevolezza di aver perso tutto!”

“Appena varcato il confine con la Polonia mi hanno avvisato per telefono che non sarebbe stato possibile entrare in Ucraina. In quel momento Leopoli era sotto attacco di missili. Sarebbe stato troppo pericoloso. Quindi secondo la nuova tabella di marcia avrei dovuto scaricare la merce, destinate all’ospedale pediatrico a Przemyśl, città polacca a 15 chilometri di distanza dalla frontiera ucraina.”

“Non potendo circolare il fine settimana, mi sono fermata a Cracovia. Il lunedì mattina sono ripartita per fare gli ultimi 247 chilometri che mi separavano da Przemyśl. Là si raccolgono tutti gli aiuti umanitari e arrivano migliaia di profughi al giorno, la maggior parte dei quali con i treni che riescono a partire dalle zone di guerra. Poco prima di arrivare ho visto una colonna di carri funebri. L’orrore della guerra si avvicinava. Poi ho visto due donne con tre bambini e un’anziana, camminare a piedi sulla corsia di emergenza dell’autostrada. Era ancora mattina presto e la temperatura sotto lo zero. Ho accostato e sono scesa dal camion. Erano profughe ucraine. Una delle due donne più giovani, mamme dei bambini, indossava solo una scarpa e una maglietta a maniche corte. Le ho dato una mia maglia, un gilet e le mie infradito, così poteva almeno avere qualcosa ai piedi. Una scena straziante che rimarrà sempre impressa nella mia mente.”

“Una volta giunta al piazzale indicatomi per lo scarico, notai che era pieno di bancali di merci destinati all’Ucraina, ma non vedevo molti camion in grado di trasportarli nelle zone di guerra. Ero in apprensione pensando che il mio viaggio fosse stato inutile. Invece, per fortuna, la mattina del martedì, quando ero già sulla strada del ritorno, mi hanno avvisato che l’ospedale pediatrico di Leopoli aveva ricevuto tutta la merce che avevo trasportato!”

“Poco dopo in un’area di sosta presso un distributore di carburante ho incontrato tre colleghi: un russo, un bielorusso e un ucraino. Tutti e tre bloccati lì per colpa della guerra. Il russo, fermo là da due settimane, non poteva fare rifornimento per via della carta di credito bloccata dalle sanzioni. L’autista ucraino non voleva tornare in patria, altrimenti sarebbe stato arruolato nell’esercito per combattere. Il bielorusso non voleva tornare in patria perché era contrario al regime di stato. Una situazione veramente assurda. Ho dato ai tre colleghi bloccati le mie scorte di cibo e ha pagato a due di loro circa 100 litri di diesel in modo che potessero scappare da quel posto.”

Il viaggio di ritorno a Davos è durato due giorni: “E’ stata un’esperienza unica e terribile. Me ne ricorderò per sempre. Sono molto contenta di avere portato a termine la mia missione – ammette Monika – Devo ringraziare tutti gli amici, i clienti e i fornitori che hanno contribuito finanziariamente all’impresa. Un viaggio del genere ha dei costi altissimi che non avrei potuto affrontare con le sole mie forze, specie ora. Purtroppo, dopo quasi due anni di pandemia, la mia attività ha subito un forte rallentamento. Infatti, appena ho deciso di aderire all’iniziativa umanitaria ho lanciato un appello sulla mia pagina Facebook al quale hanno risposto veramente in tenti. Non ultimi i bambini di Davos che sono riusciti a raccogliere 400 franchi vendendo i loro disegni per dare un loro personale contributo. Un gesto di grande solidarietà molto commovente. Ora mi hanno chiesto di partecipare ad un’altra missione diretta in Moldavia, ancora più lontano. Spero di poter partecipare, conciliando gli impegni lavoro e la pazienza dei miei grandi dipendenti!”